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L’atleta venticinquenne, imbattuto dopo cinque gare, si è raccontato ai nostri microfoni a poche settimane da un match che lo vedrà tra i protagonisti del Kumitevent di Catania

fabio manziNel mondo dello sport c’è una definizione, quella di “sport minore”, che è particolarmente ingiusta. Anche quegli sport che per qualche ragione non ricevono la copertura mediatica che meriterebbero riescono a regalarci delle pregevoli storie di vita sportiva.

Abbiamo intervistato Fabio Manzi, kickboxer  di Nocera Superiore, rappresentante di quello che molti etichettano come sport minore, ma che invece «riesce ad insegnare la disciplina e il rispetto oltre che a gestire lo stress».
Classe 1996, Fabio Manzi, oltre ad allenarsi almeno 2 ore al giorno per le gare è un fisioterapista e attualmente, da professionista, risulta imbattuto con quattro vittorie e un pareggio. Il suo ultimo match, Oktagon, risalente allo scorso aprile, è visionabile sulla piattaforma DAZN mentre il prossimo incontro si terrà il 25 giugno a Catania nell’ambito di Kumitevent contro Luigi Vecchio e sarà trasmesso sul portale del quotidiano sportivo la Gazzetta dello sport.
Da dove nasce la passione per il kickboxing?
È nato tutto per caso. Avevo 12 anni e volli provare: l’ho fatto per qualche mese ma non mi prese mentalmente. Nel 2011 Massimiliano Barone, il mio attuale coach, aprì una palestra vicino casa mia e decisi di riprovare ma solo per svago, per temprare il carattere. Era come se mi vedessi insicuro: ero un tipo coraggioso ma insicuro. Da piccolo mi è capitato che per difendere un mio amico, le presi io! Lì capii che ero coraggioso ma non sapevo fare nulla!
Dalla “teoria” alla pratica, dopo un po’ di tempo è arrivato il primo match.
Dopo sei mesi il mio maestro mi chiese se volessi fare la prima gara. Io accettai solamente per non risultare codardo ai suoi occhi: avevo paura, non sapevo a cosa sarei andato incontro. Avevo 15 anni e persi! Ho combattuto a Roma contro un avversario che aveva più esperienza di me. Eppure, anche se persi andò bene. Ricordo che il coach mi fece i complimenti per la tenuta mentale. Nel mio sport un conto è stare in palestra, un conto è stare sul ring. È tutto nelle tue mani.
Cosa è cambiato dopo la prima sconfitta?
Iniziai a vincere vari match in zona. Già dopo il primo incontro cambiai il modo di allenarmi, presi tutto più sul serio. Perdere quella prima sfida mi ha dato la voglia di impegnarmi ancora di più perché volevo vincere, volevo capire cosa si provasse! Al secondo match arrivò la vittoria e provai un’emozione fortissima. Capii quando l’arbitro alzò la mia mano che nulla avrebbe potuto darmi la gioia e l’euforia che mi diede quel momento. Allora mi dissi “voglio continuare perché mi fa stare bene”.

conflitti in famiglia

Il kickboxing è sicuramente uno sport duro: che ne pensa la tua famiglia di questa passione?
Mia mamma non era d’accordo! Ancora oggi quando mi vedono arrivare un po’ acciaccato dopo una gara mi dicono “ma chi te lo fa fare?” Ma io vado avanti per la mia strada. Mi sento male se non pratico.
Cosa diresti ai ragazzi che sono restii a praticare questa disciplina?
Ai loro genitori direi che fare uno sport del genere insegna a gestire al meglio situazioni stressanti: anche semplicemente un esame all’università! Si impara ad affrontare i problemi, a gestire tante situazioni che incontri nella vita. Si impara a far funzionare il cervello invece che a reagire d’istinto!
Com’è invece capitato da bambino difendendo il tuo amico. Alla fine siete rimasti amici?
Si, anzi è il mio miglior amico. Almeno ne è valsa la pena!

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