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Alla galleria di Paola Verrengia un interessante confronto artistico generazionale

di Gabriella Taddeo

 


Due generazioni e due diverse specifità artistiche, che hanno però lo stesso cognome in quanto padre e figlio, si confrontano presso la galleria salernitana di Paola Verrengia in via Fieravecchia, che propone costantemente in città nomi di spicco dell’arte italiana ed internazionale.

La mostra apertasi il 29 novembre scorso, si protrarrà fino al 30 gennaio prossimo senza interruzione.

 

L’evento promuove un poetico faccia a faccia di disegno e scultura, in cui l’uno si riflette nell’opera dell’altro e come dice lo stesso Omar: «Di padre in figlio ...germinazioni e mutazioni ... di segno in segno ... di sogno in sogno».
Omar Galliani , uno dei protagonisti indiscussi dell’arte italiana contemporanea ben noto anche oltreconfine, nasce nel 1954 a Montecchio Emilia, suo luogo di residenza e di lavoro ancora adesso. Parte con esperienze concettuali negli anni settanta. Negli ottanta farà parte attivamente del gruppo degli Anacronisti e del Magico Primario.
Partecipa a tre edizioni della Biennale di Venezia (1982, 1984, 1986) alle biennali di San Paolo del Brasile, Parigi e Tokyo (1982), a due edizioni della Quadriennale di Roma (1986, 1996). Tiene personali in vari spazi espositivi di tutto il mondo come “Omar Galliani. Tra Oriente e Occidente, China Tour”, negli otto principali Musei d’arte contemporanea cinesi, “The dream of Eurasia, 987 Testimonials. The italian Attitude” presso la Biennale di Venezia nel 2013, “Face and soul” Art Gallery K35, Mosca-2013. Per il prossimo febbraio sarà presente alla GAM di Torino con una sua monografica presentata da Danilo Eccher.

Il figlio Michelangelo lavora come scultore fin da giovanissimo. E’ attualmente docente di tecniche del marmo e delle pietre dure presso l’Accademia di belle arti di Urbino. Anche lui vanta una galleria ben lunga di esposizioni personali e collettive.

La mostra salernitana consiste in una piccola sequenza di disegni a carboncino di Omar, di medie e grandi dimensioni”, alcuni di essi appartenenti al ciclo “ disegni siamesi” in cui le figurazioni doppie fanno nascere nuove identità. Il critico Lòrànd Hegyi lo definisce “Un disegno assoluto, puro, puristico, concettuale, incentrato sulla definizione della forma e dei chiari rapporti tra le posizioni spaziali”.

Michelangelo gli fa da contrappunto con sculture apparentemente di ispirazione classicheggiante - di diversi periodi storici - ma che nello stesso tempo finiscono per negare la classicità dato che il candido marmo carrarese si sposa con l’acciaio, il piombo e persino il mercurio.

“Il riflesso, la luce, il rispecchiamento, il contatto sono condizioni essenziali dell’opera. Nel levigare un bronzo, un marmo, nel disegnare un foglio o una tavola rendendone sublime la materia originaria compiamo un atto di congiunzione e trasformazione. La vita produce se stessa ma sempre in divenire e in modo differente. Mutazione lenta e costante del codice originario, evoluzione e trasformazione dell’uno nel molteplice” affermano con convinzione i due artisti.

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