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Brexit. A fine mese l’uscita definitiva del Regno Unito dall’Unione Europea. Il punto di vista dei nostri giovani in UK. «Ci sono professioni, non qualificate, che all'estero vengono pagate addirittura il triplo di quello che percepisce un lavoratore medio italiano»

di Valentina Milite

Il 30enne Giovanni è uno dei nocerini che lavora a LondraSecondo recenti statistiche, nel 2019 gli italiani residenti nel Regno Unito e regolarmente iscritti all’A.I.R.E. (anagrafe italiani residenti all’estero) erano circa 330mila (138mila solo nella capitale inglese); dato ufficiale superato di più del doppio da quello reale, stimato in circa 700mila persone totali, se consideriamo anche i residenti di fatto, mai registratisi. Di questi, la maggioranza non supera i 44 anni di età e poco meno della metà del totale proviene dal Meridione d’Italia.

Se dal 2017 il flusso di partenze verso la Gran Bretagna ha subito un considerevole calo rispetto agli anni precedenti, a causa dello scoramento per l’esito del referendum sulla Brexit, che ha decretato la definitiva prossima uscita del Regno Unito dall’UE; sono quindi ancora tanti i nostri connazionali in UK.
E tanti sono anche i ragazzi partiti dai nostri territori per raggiungere il Paese d’oltremanica; una comunità che è, come abbiamo visto, difficile inquadrare e quantificare con dati aggiornati affidabili e verificabili, ma che negli anni ha chiaramente assunto consistenza rilevante. Quanti oggi possono difatti dire di non avere un parente, un amico, un conoscente che si è trasferito e vive in UK? Probabilmente molto pochi.
Ebbene, ormai a pochi giorni dal discorso ufficiale del primo ministro inglese Boris Johnson per l’addio all’UE, come stanno vivendo i nostri conterranei in UK questo momento storico di passaggio? Come si sono preparati ai coinvolgimenti politici che comporterà ed i risvolti sulla mobilità che ne deriveranno? L’abbiamo chiesto ad alcuni ragazzi dell’Agro che vivono ormai da qualche anno in Inghilterra.il palazzo reale
Ornella, 31 anni, di Nocera Inferiore, abita e lavora da un anno e mezzo in una città ad ovest di Londra col fidanzato, anche lui di Nocera Inferiore.
«In realtà, partimmo già una prima volta tre anni e mezzo fa, ma dopo cinque mesi tornammo in Italia perché volevo ultimare gli studi. Subito dopo siamo ripartiti di nuovo. L’abbiamo fatto per varie ragioni, prima tra tutte la paura di proiettare un futuro in Italia, dove puoi impegnarti quanto vuoi ma se non hai una buona raccomandazione o una buona dose di fortuna non ottieni nulla. Qui è diverso. Puoi iniziare come lavapiatti e passare ad aiuto cuoco in un attimo. Non è il mio caso specifico, ma la maggioranza inizia così per poi arrivare a posizioni più alte. In Italia, se lavi i piatti, non hai tanta speranza di migliorare! Io in un anno e mezzo ho cambiato già cinque lavori. Ho iniziato in un ristorante giapponese, poi in un hotel, in un college e giovedì inizierò un nuovo lavoro. Perché qui hai la possibilità di farlo. In Italia, anche se sei professionalmente preparato, ti devi accontentare di tirocini non o mal pagati, lavori in nero, orari indefiniti e contratti umilianti e sinceramente, arrivata a 30 anni non potevo più accontentarmi o stare a certe condizioni…Che poi non è sempre tutte rose e fiori, abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nipoti, ma il bisogno e desiderio di provare a migliorare la propria vita è stato più forte. Certo ti mancano tante cose: il sole, la vita spensierata, le nostre abitudini, i ritmi che qui sono diversi, ma poi ti ci abitui. Stiamo bene qui. Per quanto riguarda l’uscita dell’Inghilterra dall’UE abbiamo già fatto tutto quello che c’era da fare burocraticamente e per questo non siamo preoccupati. Forse, per coloro che vorranno venire ora ci saranno più problemi ma in realtà nessuno lo sa! Per quanto ci riguarda, il nostro futuro ormai è qui. In Italia scenderemo per le vacanze».poliziotti a cavallo
Monica, trentenne da Sant’Egidio del Monte Albino, vive in Inghilterra e lavora a Londra da ormai più di 6 anni. Le chiediamo se sia preoccupata per la prossima uscita dell’UK dall’UE.
«A dire il vero sì. La preoccupazione è dovuta più che altro, all’incertezza. Ancora oggi non è chiaro se l’UK dovesse aderire ad un ‘deal’ o ‘not-deal’ con l’EU e in che modo pensa di tutelare i milioni di europei che vivono da anni o meno qui. Dopo aver vissuto e lavorato qui per 6 anni e mezzo non vuoi che la tua posizione venga messa in discussione, soprattutto se il governo pensa di attuare, come molti giornali riportano, manovre come quella che impone 30 mila sterline come soglia minima salariale per poter ricevere un permesso lavorativo. Anche in questo caso la manovra è poco chiara, perché non specifica i destinatari cui si rivolge (chi già si trovi in UK o dovesse arrivare post brexit)».
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Ti sei informata o preparata agli eventuali cambiamenti? Se sì, come?
«Il governo inglese ha predisposto un programma chiamato ‘EU Settlement Scheme’ a cui tutti i cittadini europei residenti in UK devono aderire per poter ricevere un ‘settled status’ ovvero un permesso per vivere e lavorare in UK: permanente (per chi ha vissuto e lavorato in UK per più di 5 anni) o temporaneo (da rinnovare annualmente). Io ho aderito appena scattati i miei 5 anni. Ovviamente la sua validità è tuttora discutibile e non è chiaro quanto possa tutelare i cittadini europei in futuro, ma è una forma preventiva a cui purtroppo, secondo le statistiche, per pura disinformazione non molti cittadini europei residenti in UK hanno aderito».turisti a londra
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Hai mai pensato di tornare in Italia? Ti sei sentita abbandonata in questi anni dal tuo Paese?
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Tornare in Italia è sempre un sogno e ammetto d’averci pensato spesso. Purtroppo o per fortuna, l’UK mi ha dato tanto soprattutto a livello lavorativo ed in Italia sarebbe stato difficile ottenerlo, per cui tornare è rimasta solo un’idea. Magari in futuro, ma a meno che l’Italia non offra una svolta, io non punterei sul tornare, ma sul restare. Dall’Italia non mi sono sentita abbandonata, ma neanche mi sono sentita seguita. Il governo inglese sin dai principi della brexit ha predisposto una newsletter a cui tutti i cittadini europei possono iscriversi con continui aggiornamenti sui progressi e dettagli delle misure attuate dal governo e le eventuali conseguenze per gli europei residenti. Da cittadina italiana iscritta all’AIRE ‘Consolato Italiano a Londra’ non ho mai ricevuto una lettera o una posta certificata a riguardo».
Giovanni, 30 anni, di Nocera Inferiore, in Inghilterra da quasi 6 anni, anche lui si dice preoccupato per l’incertezza che la brexit sta causando per tutti i cittadini dell’Unione all’interno del Regno Unito.
«Molti di noi (tra cui io) non abbiamo ancora avuto conferma del Settlment Status, la cui applicazione al momento risulta ancora ‘pending’ (in attesa). Ci hanno rilasciato un attestato temporaneo con il quale, per il momento, possiamo lavorare e circolare su tutto il territorio del Regno, ma resta qualcosa di incerto che in futuro potrebbe cambiare. E di cambiamenti ce ne saranno sicuramente. Si parla ad esempio di reintrodurre controlli e tasse doganali, ma ciò che maggiormente mi ha fatto storcere il naso è l'interruzione del programma Erasmus con l'Unione Europea. Dicono sia una situazione temporanea, ma per il momento è una decisione certa. Per il mio lavoro e quello di molti, specialmente se si è assunti da molto tempo non credo ci saranno grandi risvolti negativi. Il problema potrebbe essere maggiormente per i datori di lavoro, che dovranno compilare documenti aggiuntivi e chissà, forse pagare più tasse in futuro per attestati o permessi. Per quanto riguarda la mobilità, sembra l'UE voglia applicare una ‘tassa’ per uscire dai confini del Regno ed alcune rotte aeree potrebbero non essere più coperte, specialmente quelle degli aeroporti italiani più piccoli, costringendo chi vuole viaggiare a partire soltanto dalle rotte più centralizzate (Roma e Milano ad esempio).
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Hai mai pensato o stai pensando di tornare in Italia?
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Assolutamente sì ed incrociando le dita, potrebbe avvenire a breve. È vero, in Italia purtroppo la nostra economia arranca ancora rispetto a molti Paesi Europei (Inghilterra inclusa, per ora), tuttavia ci sono cose dell'Italia che si iniziano ad apprezzare soltanto quando si è via. All'inizio le dai per scontate, magari ti infastidiscono anche, poi però noti che mancano nella quotidianità e nel buon senso delle persone. È dalle piccole cose che inizi a sentirne la mancanza. Personalmente, sono disposto volentieri a ridurre qualche soldo in busta paga se equivale ad uno stile di vita più bilanciato ed un rapporto più diretto con le persone nella vita di tutti i giorni. Ciò detto, non rinnego la mia scelta di partire ed anzi consiglio ai giovani di fare quest’esperienza che ritengo valorizzi tanto sia a livello personale che professionale».il tower bridge- Cosa pensi dovrebbero fare le amministrazioni locali per convincere i ragazzi a restare o tornare?
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Il punto è, detto senza peli sulla lingua, che ci sono professioni che all'estero vengono pagate addirittura il triplo di quello che percepisce un lavoratore medio italiano e si tratta comunque di lavori che non richiedono particolari competenze. Un giovane, spesso laureato, dopo un po’ che il proprio Paese non lo valorizza o sfrutta le sue competenze senza premiarlo, è normale che pensi di cogliere un'opportunità più vantaggiosa ed andare via. Ci sono tantissime cose che le amministrazioni locali potrebbero fare per non spingere i giovani a guardare altrove riguardo le proprie opportunità. Si dovrebbe iniziare con l'offrire possibilità di lavoro adeguate, prospettive di crescita e sviluppo personale e professionale e soprattutto dare esempio di legalità e trasparenza, iniziando ad abbattere la corruzione dilagante e la cattiva amministrazione del territorio. Potranno suonare frasi fatte, ma sono le opportunità ed il cambiamento che i giovani chiedono e forse allora ci sarà per noi un motivo per restare e per tornare. Al momento, siamo distanti ancora anni luce rispetto al modello di molti Paesi, spero che in futuro ce ne potremo rendere conto. Del resto, meglio tardi che mai, no?».
Ed è quello che ci auguriamo tutti noi, perché ad oggi i ragazzi che lasciano i nostri territori sono la principale causa di depauperamento delle nostre regioni. Dar loro un motivo per restare o per tornare dovrebbe essere la reale priorità di tutte le amministrazioni ed i poteri politici ed economici nazionali e locali.