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A pochi giorni dall'avvio del tanto attesto evento "Officina Scuola" che conta già circa 1.200 biglietti venduti online continuiamo a parlare dei nostri relatori: oggi è di scena Mimmo Aprile. Conosciamolo attraverso questa presentazione e l'intervisita

Mi presento

Con Arianna Moro alla Maler Faire Rome 2014

Laurea in Ingegneria Informatica (Università di Lecce), insegno dall’a.s. 2001/02. Quest’anno ho conseguito il ruolo ed insegno presso il Liceo Scientifico “V. Lilla” di Oria(BR).

Non ho sempre fatto solo ed esclusivamente l’insegnante: ho spesso coniugato la pratica didattica con la formazione in servizio (Master in Logistica e Produzione presso l’Università di Brescia nel 2003;

Master in Europrogettazione presso l’Università del Salento nel 2011), ovvero con la attività di consulenza (Regione Puglia, Polo Tecnologico di Casarano, Provincia di Lecce, FORMEZ PA); dal 2003 al 2006 ho “smesso” di insegnare per conseguire il Dottorato di Ricerca in Sistemi Avanzati di Produzione, presso il Politecnico di Bari in un progetto internazionale della Scuola Interpolitecnica di Dottorato, che mi ha consentito di fare ricerca a Copenhagen per nove mesi (aprile 2005-gennaio 2006) e collaborare in un progetto di ricerca industriale con la Natuzzi SpA.

Questa eterogeneità di esperienze ha probabilmente ritardato l’accesso ai ruoli dell’insegnamento ma mi ha consentito di acquisire un background di esperienze e competenze cui attingere per innovare il mio modo di fare didattica. Ma, soprattutto, mi ha insegnato ad ibridare, a sperimentare a credere che si possa sempre fare qualcosa in modo diverso dal solito.

Inoltre, le esperienze professionali mi hanno portato ad essere in contatto di diversi attori dello sviluppo socio-economico (enti pubblici, aziende, sistema di istruzione, cittadini) ed apprezzarne criticità e potenzialità, giungendo alla conclusione che soltanto con una sinergia di tutti sia possibile creare “ecosistema”. E ritengo che, mentre il cittadino sia al centro di questo ambiente, la scuola debba essere il tessuto connettivo, l’hub di conoscenza che deve interconnettere i saperi e le persone.

Da circa un triennio mi interesso di robotica educativa, usando diverse piattaforme di prototipazione rapida ai fini didattici: Arduino, MakeyMakey, Lego Mindstorm (ho conseguito la certificazione per docenti), Stampa 3d.

Il mio motto è <<Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni.>> (Paulo Coelho)

 

Foto al Xoff Lecce 2015

La didattica digitale per molti è sinonimo di innovazione, per molti è il male della didattica stesso, cosa ne pensi?

Rispondo con un paradosso economico: Solow affermava che <<si vedono computer ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività>>. Parafrasando, si vedono computer ovunque, tranne che nella pratica didattica.

Penso che l’errore di fondo stia nel considerare l’ICT come fine (enon come mezzo) e, di conseguenza, determinare una equazione erronea digitale=innovazione.

Il digitale, in tutte le sue declinazioni (LIM, tablet, pc, ambienti virtuali, etc…)  è solamente uno strumento. Il modo con cui esso viene utilizzato può fare la differenza.

È anche vero, però, che un insegnante, per status, non può ignorare l’evoluzione della tecnologia. “Per status” significa che l’essere insegnante si esplica nella relazione con gli studenti. E gli studenti sono immersi nella tecnologia: ignorarla o, peggio, demonizzarla, può soltanto amplificare la distanza che si crea tra “la cattedra” e “i banchi”.

Appunto, “cattedra” e “banchi” richiamano il tema dello “spaced learning”: lo spazio non è una variabile indipendente rispetto alla metodologia didattica. Purtroppo il sistema scolastico italiano è ancorato a vecchi schemi ed è imperniato un processo di insegnamento/apprendimento lineare, trasmissivo che non trova riscontro nella società multiforme odierna. Introdurre, sic et simpliciter, quintalate di ferraglia elettronica non serve a molto se non a utilizzare le LIM (ad esempio) come costosissime lavagne magnetiche, o altri oggetti come ninnoli tecnologici da esibire durante gli open day.

La vera innovazione, nella scuola, deve essere prima di tutto metodologica: flipped classroom, coworking, problem solving, pensiero creativo (ancor più che computazionale), orientamento al risultato ed alle competenze, più che alla procedura (al “programma”) e ai contenuti. I ragazzi sono fuochi da accendere, non vasi da riempire!

Alla Maker Faire Rome 2015 con Arianna Moro, Luca Podo e Vito Carriero, studenti di tre istituti differenti

Siamo curiosi, ci parli di qualche tuo progetto ed in cosa hai visto la sua efficacia?

Negli ultimi tre anni la mia pratica didattica quotidiana fa rima, in particolare, con due strumenti di lavoro: Arduino e Lego Mindstorm. Attorno ad essi cerco di costruire percorsi di sviluppo di competenze che portino i ragazzi a misurarsi con le proprie capacità e i propri limiti, spesso andando oltre le mura scolastiche.

Gran parte di questa attività ha la sua genesi nell’a.s. 2013/14, quando ho avuto la fortuna di insegnare nel Liceo “Ludovico Pepe” di Ostuni(BR).  Grazie alla disponibilità dei colleghi (e, in particolare, di Paola Lisimberti), abbiamo costruito un ambiente fecondo (in una scuola che pratica l’innovazione da oltre un decennio) che, oggi, consente all’Istituto di avere una aula certificata LEIS (Lego Education and Innovation Studio) dove, per il secondo anno consecutivo, viene proposto il progetto Roboticsness. Ma il percorso è lungo e articolato e muove da una pratica didattica quotidiana, in cui i ragazzi sono chiamati a costruire, utilizzare la tecnologia da sviluppatori e non da fruitori passivi. Roboticsness è, al contempo, il punto di arrivo e di partenza: il punto di arrivo di tutta la pratica di innovazione didattica che ha consentito agli studenti di presenziare a due RomeCup (2014 e 2015) e due MakerFaire Rome (2014 e 2015); il punto di partenza per costruire competenze di lavoro in team, di leadership, di problem solving, di mutuo aiuto e scambio di saperi. In poche parole, la concezione del gruppo come sistema, all’interno del quale il singolo elemento possa esprimere al meglio le proprie potenzialità, quali che siano. E poi, la capacità di sognare, di andare oltre, di immaginare, di non arrendersi davanti all’errore ma comprenderlo, arginarlo, affrontarlo e porvi rimedio.

Questa modalità di lavoro la trasferisco nella pratica didattica curricolare. Quest’anno, come già lo scorso, nel Liceo “Lilla” di Oria(BR) ho proposto un progetto denominato co-making lab, caratterizzando l’insegnamento dell’Informatica nel Liceo Scientifico opzione Scienze Applicate sulla falsariga di un Living Lab: almeno la metà delle ore curricolari vengono svolte in modalità hands on minds on. I ragazzi usano Arduino (e, a breve, Raspberry pi) per creare progetti e soluzioni partendo da problematiche reali: la tenda automatica col sensore di pioggia; il cestino dei rifiuti che si apre automaticamente; la cassaforte; il sensore di temperatura ed umidità per la propria auto.

Di recente, con un gruppo di studenti di seconda liceo, stiamo esplorando le potenzialità del gamification, attraverso piattaforme varie quali Scratch, Game Maker, Unity3d, etc…

L’efficacia? La sua misura è nella voglia dei ragazzi di imparare e costruire, il loro usare le social web app (le chat) per comunicare tra di loro (hanno costruito il gruppo su Telegram per sviluppare, anche in orario extrascolastico, il progetto da proporre alla prossima MakerFaire) e con il sottoscritto.

 

Officina scuola richiama l’idea di uno spazio educativo a cui rivolgersi e con il quale coinvolgersi, territorio, aziende. Cosa ne pensi di una idea di educazione allargata?

Mi riallaccio ad un concetto già espresso: la scuola deve essere un hub di conoscenza. Sottolineo hub e non switch. In Informatica la differenza è sostanziale: l’hub condivide l’informazione con tutti coloro i quali si connettono, lo switch decide a chi inviarla.

Oggi, la sfida competitiva non è tra aziende, ma tra territori, sistemi. Occorre creare un ecosistema (digitale, poiché l’ICT rappresenta un fattore abilitante dell’innovazione) in cui la scuola deve uscire da quell’aurea di autoreferenzialità in cui si è rinchiusa in quanto “tempio del sapere” e assumere il ruolo di elemento catalizzatore e trasduttore di conoscenza, diventando un punto di riferimento naturale per l’intera comunità sociale su cui insiste.

La scuola che immagino non è quella delle lezioni mattutine e chiusura domenicale/festiva ma uno spazio a disposizione del territorio, dove incontrarsi (ed avere il piacere di farlo!), una nuova agorà dove lo studente (e, più in generale, il cittadino) possa sentirsi prosumer (ossia consumatore consapevole e proattivo) attivo, elemento focale di un sistema a tripla elica, in cui l’impresa guida, l’istruzione ispira e l’amministrazione coordina.