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Oggi ne conosciamo qualcuno in più. Conosciamo lei: Paola Lisimberti

Mi presento

Ho insegnato dal 1994 e dal 1999 Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “Pepe” di Ostuni. Fin dall’inizio ho cominciato a sperimentare l’uso delle nuove tecnologie nella didattica, avvertendo come un dovere la necessità di educare gli studenti a usarle correttamente per studio e lavoro. All’impegno nella didattica ho affiancato il lavoro di progettazione (PON FSE e FESR), di consigliere di orientamento, di formatore del registro elettronico, di funzione strumentale. Nel 2015, anno in cui ho fatto l’esperienza di Digital Champion per il comune di Ostuni, ho cominciato anche a raccontare le mie esperienze di innovazione didattica su www.coderschoolitalia.it.

Lo stand di Roboticsness alla Makerfaire Rome 2015 con Arianna Moro e Giovanni Luigi Gioia

Da due anni sono responsabile dell’Aula Leis (Lego Innovation Education Studio) del Pepe e coordino il progetto Roboticsness. Gymnasium Mentis. Ho il privilegio di lavorare nella scuola, il luogo dove le idee nascono e dove le persone si incontrano, maturano, cambiano, solo che ad alcuni tocca in sorte di volare via, ad altri di restare.

LA DIDATTICA DIGITALE PER MOLTI è SINONIMO DI INNOVAZIONE, PER MOLTI è IL MALE DELLA DIDATTICA STESSO, COSA NE PENSI?

Penso che se ci occupiamo di scuola dobbiamo occuparci di digitale, necessariamente. E siccome siamo “la scuola” dobbiamo occuparcene in maniera seria. L’insegnante non fa lezione su un’isola deserta: è inserito all’interno di un processo dinamico, non solo insegna, ma anche apprende insieme con il discente. Il nostro lavoro si basa sulla comunicazione: se l’emittente (il docente) comunicasse inviando segnali di fumo, il destinatario (l’alunno) potrebbe leggerli sullo schermo dello smartphone? Abbiamo il dovere di conoscere, e bene anche, tutte le potenzialità della tecnologia che i nostri ragazzi usano e utilizzarle nella didattica. I ragazzi che salutiamo ogni mattina hanno abitudini diverse dalle altre generazioni che li hanno preceduti: condividono, fotografano, girano video, inviano e ricevono e tutto con grande velocità, e a rimetterci sono la riflessione e il pensiero. Piuttosto che di didattica digitale io preferisco la definizione di Paolo Ferri di didattica “digitalmente aumentata” e, come docente, mi impegno per capire come educare i nostri ragazzi all’uso corretto e consapevole della tecnologia. Per esempio, promuovo in alcuni momenti della lezione l’uso dello smartphone per consultare il dizionario online, orientando i ragazzi nella ricerca su Treccani.it. Di chi, pur insegnando, manifesta apertamente la sua tecnofobia e pratica il divieto come strategia educativa, penso che non stia andando nella direzione giusta.

SIAMO CURIOSI, CI PARLI DI QUALCHE TUO PROGETTO ED IN COSA HAI VISTO LA SUA EFFICACIA?

Tra le diverse attività che ho seguito nella mia carriera, due in particolare sono i progetti che voglio ricordare.

Il primo, un progetto promosso dalla Fondazione Mondo Digitale, Nonnisuinternet, che ha rappresentato per me un’esperienza molto significativa di crescita professionale. Insegnare ai “nonni” ad usare il pc promuovendo il dialogo tra le generazioni: nei due anni di attività del progetto, ho avuto modo di verificare quanto l’idea di assegnare ad ogni “nonno” un “nipote” (uno studente) come insegnante fosse vincente e portasse anche risultati inattesi. Ho osservato in primo luogo la nascita di una vera e propria comunità di apprendimento;  ho visto i ragazzi sforzarsi di spiegare a parole quelle procedure che, mouse alla mano, fanno velocemente senza pensare; ho visto nonni raccontarsi e nipoti ascoltare.

Il secondo, l’ Innovation Summer Camp, un campus estivo sull’Innovazione. Un bando in scadenza ad aprile, un finanziamento spendibile entro agosto. Una bella sfida.

La conferenza stampa dell’Innovation Summer Camp, giugno 2014

Ho chiesto aiuto ai destinatari, ho progettato insieme con gli studenti, oltre che con i colleghi. Ed è nato il campus estivo, dove tutto è capovolto: la verticalità è stata sostituita dall’orizzontalità; i docenti hanno progettato e sostenuto il processo di apprendimento, svestendo i panni di esperti disciplinari e guidando e supportando il percorso; gli studenti hanno potuto svolgere il ruolo di prosumer attivi di un patrimonio disciplinare nuovo (ICT, ROBOTICS, SMART ARCHITECTURE, COM&MEDIA, la comunicazione in lingua inglese come veicolo delle esperienze); le lezioni si sono svolte fuori dalla scuola, in un palazzo nobiliare nel cuore del centro storico, di pomeriggio dalle 16.00 alle 20.00; l’aula virtuale costruita nella chat ha accompagnato il percorso e così il tempo dilatato ha sostituito il tempo contingentato. Nessuno ha lavorato per il voto, ma la frequenza (località Ostuni, 8 chilometri dal mare, periodo giugno-luglio) sempre continua del gruppo è stato il dato più significativo del successo del campus.

Officina scuola richiama l’idea di uno spazio educativo a cui rivolgersi e con il quale coinvolgersi, territorio, aziende. Cosa ne pensi di una idea di educazione allargata?

Penso che si debba lavorare in questa direzione. Ho sempre visto la scuola come un presidio di democrazia sul territorio, capace, per sua stessa natura, di costruire legami. Abbiamo il dovere di intraprendere una strada difficile, ma entusiasmante: dialogare con le aziende, coinvolgere il territorio, contaminare, fare rete. Di certo è impegnativo, ma non impossibile. Molti obietteranno che non è compito della scuola o degli insegnanti, ma non dobbiamo dimenticare che quei ragazzi e quelle ragazze sono i cittadini di domani.