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il Nuovo Risorgimento Nocerino

 

Nel laboratorio tutti trovano il proprio spazio e i ragazzi più bisognosi affiancano le normali conoscenze scolastiche con un’applicazione anche pratica, che può essere loro utile per l’autonomia o per sollecitare percorsi di studio alle superiori

di Francesco Li Pira

dirigente gianfranco turattiSi chiama CuciniAmo, ed  è un progetto importante per i ragazzi del plesso di secondaria di I grado “U. Nistri” dell’Istituto Comprensivo “Via Frignani” di Spinaceto, un quartiere di Roma.

In un’epoca sempre più smart e veloce, col “delivery food” a portata di click, i ragazzi a scuola imparano a cucinare, a lavorare in sinergia, si rilassano e imparano quell’autonomia che da grandi potrà sempre essere utile. Ne parliamo con il dirigente del plesso, l’avvocato Gianfranco Turatti:
- Preside Turatti, lei ci sta abituando a una serie notevoli di iniziative. Ci parli del progetto…
«Il progetto CuciniAmo, come si può intuire, è giocato sull’unione tra cucinare e amare: si deve amare quello che si cucina e si cucina pensando a qualcuno che si ama. Il punto fondamentale di questo progetto, che si sviluppa in parallelo con il progetto dell’orto didattico che abbiamo a scuola, è quello di abbattere una differenza di genere che vede solo le donne in cucina o nelle faccende domestiche: non è così! Tutti noi abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri in casa e con questo laboratorio i ragazzi imparano sin da subito ad essere utili in casa e si abituano, anche in maniera giocosa, a tenere in ordine e a pulire il loro ambiente di lavoro, sviluppano una certa manualità e raffinano quell’autonomia che servirà durante la crescita, quando si troveranno a vivere da soli e saranno pronti a questo passo senza tante paure da parte loro e senza angosce delle famiglie che vedono i loro figli che studiano lontano preoccupati da quel normale ménage domestico.  La scuola è anche questo: ti deve formare completamente, anche fornendoti quelle conoscenze opportune e quelle capacità nel vivere quotidiano. Inoltre, il laboratorio non è solo di cucina, ma riguarda anche tutte quelle buone maniere che dovrebbero essere la base stessa del vivere civile e della corretta socialità e che non di rado sono spesse volte accantonante».
- Questo progetto è svolto in più ore col supporto di più discipline? 
«In via sperimentale, il laboratorio è partito in una sola classe, ma già da ora è aperto a tutte le classi che intendono partecipare. In più, con la cucina, i ragazzi si scaricano dalle ansie e si collegano a tante materie: dalle scienze, per la piramide alimentare, alla tecnologia, con i metodi di conservazione, alla matematica, con le proporzioni e le quantità, alle lettere, con la redazione delle ricette storiche o tradizionali di regioni o Paesi stranieri, alle lingue, con le letture di ricette straniere, all’arte, con la creazione di ricettari e menu artistici, e così via. Imparano a mangiare sano, a consumare prodotti a km zero e bio, come quelli che gli stessi ragazzi, insieme alla Protezione civile, coltivano nel nostro orto didattico. Ma imparano anche a riprendere tradizioni antiche come il fare la pasta, magari riscoprendo e valorizzando quel rapporto di trasmissione dei saperi e delle tradizioni familiari tra nonni e nipoti che una volta era il filo rosso della nostra società». 
- Un progetto utile anche favorire l’inclusione scolastica? 
«Assolutamente sì! Nel laboratorio tutti trovano il proprio spazio e i ragazzi più bisognosi affiancano le normali conoscenze scolastiche con un’applicazione anche pratica, che può essere loro utile per l’autonomia o per sollecitare percorsi di studio alle superiori dai quali può nascere anche un lavoro. L’inclusione e la centralità dell’alunno sono i punti fondamentali della nostra scuola e del nostro operare didattico, così come la lotta alla dispersione scolastica».

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