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Il papà di Melania carezzava la figlia solo quando dormiva, come usavano i nostri genitori, senza mai lasciarsi andare a palesi manifestazioni di affetto

di Nino Maiorino

Non mi soffermo molto sulla diffusa trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”, ma ho avuto occasione di vedere alcune scene di mercoledì 18 febbraio e mi ha commosso l’immagine del papà di Melania Rea, la ragazza assassinata, il 18 aprile 2011, dal marito Salvatore Parolisi, istruttore militare in servizio presso il 235° RAV di Ascoli Piceno.
La storia di quell’efferato delitto è nota a tutti, giacché tanto ne hanno parlato giornali e tv, e a pochi sono sfuggiti alcuni particolari che particolarmente hanno colpito la umana sensibilità di quanti sono stati presi dallo svolgersi di quel tragico evento e delle successive svolte.
Uno dei particolari è l’efferatezza del delitto, avendo l’omicida, dopo aver attirato la povera Melania in una trappola, non solo ammazzato ma avendo poi inferito sul cadavere, e non in una sola giornata, con trentacinque  pugnalate anche sul viso e sul seno: chiaro segno che chi l’assassino, non solo aveva intenzione di ammazzare, ma anche di sfregiare il viso, il corpo, e quasi mutilare i segni della splendida femminilità della donna, che, da tutto quello che è emerso negli oltre tre anni di indagini, seguiti passo a passo da articoli di stampa, trasmissioni e approfondimenti televisivi, era stata una donna fedele, una figlia e una moglie esemplare, una mamma affettuosissima e attaccata alla famiglia e anche al marito, nonostante ne avesse scoperto le “marachelle”.
Delitto efferato, crudelissimo, per il quale la magistratura, ahimè, ahinoi, ha escluso la crudeltà, accumunando la premeditazione e le trentacinque coltellate, ad un “delitto d’impeto” che sembra far protendere la “giustizia” per una sorta di “benevolenza” nei confronti del colpevole, facendo intendere che, in tale circostanza, l’assassino è stato travolto da un impeto incontenibile e incontrollabile che l’ha portato all’azione delittuosa e che, pertanto, va giudicato con una sorta di benevolenza e condannato con “mitezza”.
Ci si chiede: ma cosa avrebbe dovuto fare di più il Parolisi assassino per dimostrare la sua crudeltà: sezionarne, forse, il cadavere?
E giacché si fa un gran parlare dell’azione riabilitativa della pena, c’è qualcuno che abbia pensato anche all’azione riabilitativa di una sentenza esemplare? C’è qualcuno che si pone il problema dell’evidente, e oramai accertato, sbilanciamento del sistema giudiziario italiano tutto proteso a privilegiare e difendere i diritti dei colpevoli, mettendo in secondo piano quelli delle vittime?
Altro particolare evidente è la grande dignità della famiglia della povera Melania, e in particolare dei genitori i quali, fino a quando il Parolisi non è stato formalmente accusato di essere stato, egli ed egli solo, l’autore di quell’atrocità, l’hanno sempre creduto innocente e l’hanno difeso dinanzi ad una opinione pubblica che, prima della formale accusa e incarceramento, già aveva capito che il colpevole era lui.
I familiari di Melania, evidentemente, non potevano accettare che quell’uomo, tanto amato dalla loro povera figliola, e anche da loro, poteva essere il mostro che l’aveva massacrata, e in ogni occasione lo difendevano e l’hanno fatto quasi fino alla sua prima condanna, poi confermata anche se con l’esclusione dell’aggravante della crudeltà (sic!!!). Nelle ultime immagini televisive del papà di Melania, trasmesse, appunto, mercoledì 19, strazia il cuore vedere quest’uomo che, ancora con grande dignità, ricorda la figlia assassinata, con la quale è stato un padre affettuoso ma all’ “antica”, senza mai averla abbracciata e tenuta stretta, come ora fanno i papà e le mamme moderne che, anche per strada, non negano le proprie effusioni ai figli. Il papà di Melania carezzava la figlia solo quando dormiva, come usavano i nostri genitori, senza mai lasciarsi andare a palesi manifestazioni di affetto. E, nel mentre ricordava tutto ciò, il papà di Melania nascondeva qualche lagrima che scendeva giù dall’occhio destro, dietro gli occhiali, sulla guancia di quel volto, scavato dall’età, dal dolore e dall’ingiustizia della mite condanna, ma che ancora dimostrava una grandissima dignità.