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il Nuovo Risorgimento Nocerino

 

Oggi 2 febbraio, è il mio ottantreesimo compleanno, sono nato il 2 febbraio del 1935.

Ho poi saputo che la giornata era fredda come sogliono esserlo le giornate di febbraio che è “curto e amaro”, tanto che, essendo nato in casa e piuttosto macilento e mingherlino, in assenza di termosifoni ed altre diavolerie moderne riscaldatorie, mi dovettero circondare di bottiglie piene di acqua calda per tenermi in vita. L’impresa riuscì e mi avviai lungo il sentiero che, superando spagnole, tifi, vaioli, tetani, scarlattine, orecchioni, bronchiti e influenze varie, fortunatamente sto ancora percorrendo.
Non appena ho arrocchiato mio padre nel mio campo visivo con la consapevolezza che era mio padre l’ho visto in divisa e camicia nera, e in estate con la sahariana bianca, sulle cui maniche mia madre cuciva greche dorate sempre più larghe, e poi cominciai ad aiutarlo a sfilarsi gli stivaloni dai piedi martoriati quando la sera rincasava dopo una giornata di duro lavoro. Mio padre era ispettore delle scuole rurali di tutta la provincia di Salerno e quando ho sentito giorni fa dire in televisione che durante il fascismo l’analfabetismo rurale non era diminuito ho avuto un sussulto, ho consultato le statistiche e ho verificato che dal 1922 al 1945 l’analfabetismo scese dal 35% al 12%.
Nel 1940 fui protagonista della “leva fascista” che era una cerimonia che si teneva in piazza Municipio durante la quale, con tanto di saggi ginnici e gli inni della Marcia Reale e Giovinezza che inondavano l’aria da due enormi altoparlanti piazzati alle due estremità del Palazzo di Città, mi tolsero le giberne bianche di figlio della lupa e mi misero lo scollino blu di balilla. Seguì da quegli stessi altoparlanti la voce del Duce che mandò un saluto a tutti i balilla d’Italia.
In quel palazzo ho fatto le elementari, che adesso non so perché si chiamano scuola primaria, e dal 1940 al 1943 ho vissuto a pane e bollettini di guerra, pane e sirene di allarmi, pane e rombo di fortezze volanti, riflettori che spazzavano il cielo, pane e calcinacci di case bombardate, pane e paura e dal 1943 senza neanche il pane, ma solo con le farinelle americane, perché mio padre fu incarcerato, poi assolto perché non aveva fatto male a nessuno, ma fu epurato e licenziato. Non si arrese, si inventò un altro lavoro, si caricò i sacchi di cemento sulla schiena, si prese la tubercolosi ma riuscì a darci di nuovo agiatezza e a farci studiare. Ecco tutto.
E mò che volete da me se quando sento la voce tonante del Duce mi si accappona ancora la pelle? Se mi vergogno di essere italiano quando sento dare a una scrofa il nome di Claretta Petacci, senza che si sollevi unanime sdegno, una donna assassinata senza nessuna giustificazione politica, solo perché seguì l’uomo che amava fino a pararglisi dinanzi per proteggerlo quando vide puntato contro di lui il mitra omicida.
Vi dico solo lavatevi la bocca e se qualcuno mi vuole mettere sotto processo per apologia lo faccia pure, mi difenderò citando Ivan Pavlov, che elaborò il concetto dei riflessi condizionati nell'ambito degli studi sul comportamento.
Volete che vado a votare qualcuno di questi insignificanti quaraquà che affollano le liste e si accapigliano e si arriffano per un posto in Parlamento?
Non ci pensate proprio, perché, per quanto mi riguarda, il non voto in questo momento non è astensione né mancata espressione di volontà, in questo momento è invece la più seria e pregnante manifestazione di volontà politica.

Aldo Di Vito
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