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Un racconto-amarcord alla riscoperta di luoghi cittadini che non ci sono più. Mimmo Oliva: «Per scrivere un pezzo sulla mia città mi sono costretto a sognarla»

Mi ha detto proprio così: “comincia a scrivere della tua città”. Scrivere sulla mia città, ma cosa? Questo il pensiero che da più giorni mi inseguiva, letteralmente.  Poi casualmente mi sono trovato a girarla, la mia città, oserei dire a calpestarla. E’ stata una notte di queste ultime.

Camminavo e ripercorrevo quelli che potevano sembrare ricordi.

E ricordo che il mio mondo aveva dei confini naturali. Da una parte il carcere con i disperati attaccati alle sbarre e di là le “botteghe” fronte strada delle prostitute, tanto da formare una strettola. Dall’altra vi erano terre incolte. Poi ricordo che da una parte vi erano fabbriche, tante, e dall’altra troppa periferia. Ricordo che nella mia via non c’erano né luci né strade asfaltate anche se al di là della strettola non era così.

Al di là della strettola c’era il ponte. E le caserme. E il manicomio.

Ricordo quella strana sera in cui, stanchi e sudati perché avevamo giocato a pallone, avevamo deciso di sederci, una decina di noi, forse quindici, sul muretto della segheria a sbuffare e a ciondolare le gambe. All’improvviso un’ombra alle spalle e un’accetta che miracolosamente si schiantò sul muretto. Schizzo lo voleva ammazzare e per poco non ci riuscì. La sera dopo Schizzo lo andammo a trovare all’ospedale, lo avevano bastonato ben bene nel vicolo. Di quella decina, forse quindici, quanti ne ho incontrati in questi anni, quanti ne sono rimasti? Non ne ho idea ma non ne incontrerò la maggior parte.

Strano. Quanti anni sono passati? Quanto è trascorso  dall’ultima notte che mi sono trascinato per le vie della mia città? Sono passati anni, troppi anni.

Sono ritornato pensando di ritrovare il muretto, illuso. Mi sono guardato intorno, nulla di nulla. Solo qualche finestra fiocamente illuminata. Nemmeno più i cani.

In quella notte, né buia né tempestosa. Solo fredda e umida, piovigginosa, tipica della mia terra. La notte della mia città. I miei passi, solo quelli sentivo.

Alzai la testa. Quella notte ho potuto rivedere la mia finestra, lì, a sinistra. Chissà chi stava tra quelle mura, parlava, si agitava, forse si amava. Ma non ero nato lì. Vi ero solo cresciuto. Decisi allora di andarmene, non ne riconoscevo nulla, uscii dal vicolo e in fondo ad esso girai a sinistra, lo feci naturalmente e bastarono poche centinaia di metri a passo lento finchè costrinsi a fermarmi. Nemmeno una panchina per sedermi. Mi appoggiai alla fontanella e guardai. Guardai quello che non c’era più.  Tutto sventrato. Allora mi appoggiai al muro, dietro la fontanella. E ricordo quando da bambini venivamo qui, appoggiati proprio a questo muro e guardavamo le prostitute di fronte, Nanninella, Titina, le altre e i loro clienti incuranti che entravano e uscivano senza sosta. E sentivamo i carcerati di fronte che commentavano, strillando e chiedendo ai fortunati clienti di raccontare. E osservavamo i parenti dei carcerati che aspettavano l’orario di entrata per portare sollievo di ogni tipo ai loro cari e sorridevano divertiti della situazione.  Poi un giorno ci fu grande agitazione. Con grande collera dei carcerati le prostitute furono sgomberate con la forza, le case buttate giù. Da quel giorno niente più strilli e commenti ad alta voce. Poi toccò al carcere, giù. Poi alle case della gente, sventrate per farci passare una strada. Non volli passare da lì, almeno non quella notte.

Mi incamminai, non sentivo alcun rumore ma non mi sembrò strano. Proprio lì vi era l’orgoglio della mia città, le tante ciminiere. Scomparse. Stavo quasi vagando, indeciso per la direzione da prendere e nel frattempo cominciò a piovere forte ma non importava perché intanto avevo deciso. Quella notte la dedicai a me e alla mia città.

 

Risalii quel po’ di ponte, scorsi un’ombra, un uomo che affacciato alla balaustra guardava l’acqua che abbondava pericolosa. Sentì i passi e si voltò, di scatto. Sembrò ad entrambi di conoscerci, ci guardammo e ci salutammo con un cenno. Io lì fermo a pensare chi fosse, come si potesse chiamare. All’improvviso cominciò a parlarmi, sussurrava quasi, eppure lo sentivo benissimo, nonostante il fiume e la pioggia. Pioveva forte, la pioggia era  quasi violenta ma non mi importava. Ascoltavo, fermo lì. Improvvisamente un nuovo cenno e andò via.

Mi diressi allora verso il borgo, incontrai la vecchia caserma, una delle tante, ormai anch’essa abbandonata. La sfiorai ma non mi fermai e continuai. Qualcosa mi spinse ad andare oltre. Superai anche la chiesa alla mia destra e preferii non incamminarmi sul lungo fiume. Trovai finalmente una panchina, mi sedetti. Proprio di fronte ve ne era un’altra di ciminiera, una delle cento, e anche quì il solito supermercato. E allora mi ricordai delle tufare e decisi di alzarmi e continuare. Sì, continuai verso sinistra, la curva era lunga ma sul rettilineo dovevo decidere per le tufare o il crocifisso. Decisi per il secondo. Leggera salita, tutto buio, troppo buio, brutti cortili. Ridiscesi e rigirai a sinistra. Mi scontrai con il vecchio manicomio. Cercai un appiglio, lo trovai e salii sul muro per guardare quello che era rimasto. L’ultima volta che lo feci ero bambino. Allora c’era un campo di calcio e i pazzi che ti guardavano giocare. Ai bordi del campo e alle sbarre. Noi non ne avevamo paura. Erano parte della mia città e vi passeggiavano liberamente insieme ai soldati. Ricordo che una volta, da adulto, dovetti attraversare quei reparti. Ebbi paura, quella che non ebbi da bambino. In preda ai ricordi saltai giù dal muro e ricominciai a camminare e intanto pioveva sempre più forte e i miei passi non si sentivano più, ero zuppo e di rado cominciava a passare qualche auto. Continuavo e di nuovo dovevo decidere, a sinistra attraversando la montagnella e trovarmi lì dove scoppiò la bomba o proseguir dritto? Proseguii. Questa volta non svoltai, dritto. Era quasi l’alba. La pioggia era violenta. E sovrappensiero mi accorsi di essere arrivato troppo presto e tutto era ancora sbarrato e solo allora mi aggrappai al cancello e dentro li vedevo vagare tranquilli. Tutti lentamente stavano tornando nei loro giacigli e allora mi avvolse improvvisamente la strana sensazione di possedere solo radici e null’altro.

Per scrivere un pezzo sulla mia città mi sono costretto a sognarla.

Mimmo Oliva